Si, viaggiare.

E’ stato un buon fine settimana questo appena passato, specialmente perché la bella stagione è finalmente arrivata e con essa la nuova moto di Daniele, che non vedeva l’ora di mettere in strada, così Sabato ne abbiamo approfittato e siamo saliti in sella, destinazione Morbello, un piccolo paese del basso Piemonte per andare a trovare una coppia di amici.

La premessa dovuta è che l’ultimo ciclo di cura, consistente in 1 flebo settimanale di diuretico per ben 12 settimane, è ormai passato da più di un anno e a parte qualche episodio leggero, non ho più avuto crisi da allora (e mentre lo scrivo tocco ferro anche con le dita dei piedi). Quindi diciamo che posso affermare che questo sia tutto sommato, un buon periodo.

Detto ciò torniamo a Sabato. La nuova moto di Dani è una BMW di quelle cazzute, grosse e comode che gli ha regalato suo papà, perciò verso le 12 saliamo in sella e partiamo.

Ogni volta che devo partire per qualche viaggio, sia esso lungo o breve, il mio cervello come primissima cosa analizza tutta la situazione immaginandosi i peggiori scenari in cui potrebbe manifestarsi la mia malattia. Non lo faccio per pessimismo, sia chiaro. Lo faccio perché mi piace pensare di poter essere preparata. Non importa se io sia o meno da sola, se la persona che è con me è preparata o meno ad accudirmi in caso di crisi, io immagino le peggiori opzioni e studio un piano per poterle affrontare.

Non sono mai stata così. La casualità della mia malattia mi ha cambiata, persino in meglio. L’episodio che mi ha portata a diventare cosi è accaduto a Dicembre 2015 nell’aeroporto di Amsterdam, quando una delle crisi più forti della mia vita (ben 6 ore) mi ha colta all’improvviso in tutta la sua violenza, impedendomi di prendere il volo di rientro a casa. Nonostante fossi con il mio fidanzato che sa perfettamente come comportarsi in quelle situazioni, mi sono sentita totalmente in balia degli altri e non mi è piaciuto per niente. Ecco da cosa nasce questa mia “prevenzione mentale”.

Tornando a Sabato ecco, il primo pensiero è cosa accadrebbe se mi sentissi male mentre siamo in moto. Cerco di pensare alle varie tipologie di crisi che possono venirmi e arrivo alla conclusione che, a meno di una crisi fortissima, potrei resistere appoggiando la testa sulla schiena di Daniele e rimanendo il più immobile possibile. In caso di crisi pesante la risposta è ovviamente ambulanza, ma questa opzione non la prendo nemmeno in considerazione.

Se dovessi sentirmi male una volta arrivati a Morbello non ci sarebbe nessun problema, siamo a casa di amici e un letto su cui buttarmi c’è senza alcun dubbio.

Quindi ok, diciamo che possiamo partire. Mi sento abbastanza tranquilla ma, comunque sia, prego Dio di non stare male. Perché la cosa divertente della mia malattia è proprio questa (almeno per me) : non hai paura mentre si manifesta in tutta la sua violenza, ma hai paura per tutto il resto del tempo.

Paura di star male mentre stai guidando, rischiando di farti del male o di farne a qualcuno. Paura di stare male mentre sei da sola in mezzo a gente che non conosci e a cui dovrai per forza chiedere aiuto. Paura di stare male. Punto. Sempre.

Ovviamente sta ad ognuno di noi trovare il modo per controllare il panico e non lasciare che sia lui a prendere il sopravvento ogni volta.

Facile? Non direi proprio.

 

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